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Mutamenti

di Sabrina Arosio

Su uno degli scaffali dello studio di Mirta De Simoni si trova un volume: "L'arte di conoscere se stessi" di Arthur Schopenhauer. Sintomatico di una persona costantemente in discussione e alla ricerca di risposte sulla propria esistenza. A maggior ragione per un'artista.
Partiamo allora da questa osservazione che ci offre un ulteriore indizio rispetto all'opera di Mirta De Simoni: la sperimentazione avviene non esclusivamente con i materiali, ma innanzi tutto con il pensiero. La chiave di volta per leggere gli ultimi due anni della sua produzione sta proprio in quel suo vivere a trecentosessanta gradi la ricerca sulla tela: dalla mente, al gesto, ai cinque sensi. Un'esperienza sinestetica che si sintetizza in lavori dallo spirito minimalista e, proprio per questo, carichi di suggestioni.
Il passaggio alla nuova fase esecutiva si coglie già in alcune prove del 2001, che in questa sede intendiamo riprendere proprio per analizzare al meglio la produzione ultima. In quei lavori due elementi prevalgono su tutti: l'impiego del colore e la linea, declinati rispettivamente nell'impatto visivo e nella poetica gestuale.
Il rapporto con il segno, poi, si approfondisce da quando l'artista si confronta in un seminario e partecipa ad un corso all'Accademia di Salisburgo, con due docenti cinesi che la indirizzano alla esplorazione dei grafemi e dell'universo della comunicazione, mentre l'impatto cromatico, in particolar modo con la gamma dei rossi, viene progressivamente orientato alla trascendenza grazie ad altri stimoli ricevuti nell'ambito della partecipazione a un corso di arte sacra. Attraverso il binomio segno-trascendente, l'opera del 2002 rivela dunque la volontà piena di stabilire un contatto con l'ineffabile e riflettere sul dramma esistenziale dell'incomunicabilità.
Il dinamismo interiore che tali tensioni creano nell'anima dell'artista spingono la De Simoni a ricomporre inevitabilmente la propria ricerca personale mirando all'individuazione di un elemento che possa rigenerare la stabilità perduta. Le figure in caduta, materialmente descritte sul supporto, trovano salvezza nella torre, elemento che diviene a partire da questo momento la chiave di tutto il percorso stilistico. E parimenti anche la gamma cromatica muta rispetto al passato: dalle campiture incentrate sul blu si passa a un'esplorazione sempre più sistematica dei rossi, pur facendosi la tavolozza monocromatica.
Resta il segno, che anzi si accentua pressoché febbrilmente a esplorare le possibilità recondite di una pittura ormai interamente incentrata schiettamente sulla scoperta. E' il momento del passaggio dal 2002 al 2003: è il momento della torre, della colonna, elemento di forte ascendenza classica (paiono strutture doriche quelle nei quadri) che con la sua fissità ieratica e la centralità guadagnata nello spazio del quadro segnano per tutta l'opera successiva il carattere di riferimento. L'icona della torre è in primis legame con un passato da cui trarre insegnamento per il presente in vista del futuro. E' senso di stabilità, ancora di salvezza.
Ma l'immagine da forzatamente statica è presto destinata a cambiare. Il segno riprende a percorrere le superfici e compare nell'insieme anche la figura umana. La gestualità riflette lo spirito di ricerca continua che anima il lavoro dell'artista: gli interventi a carboncino o pastello sulle superfici solcate da velature leggere di acrilico, molto diluito con effetti di colatura documentano l'intensa volontà di scavare oltre il possibile. E gli sfondi sui quali si stagliano le strutture verticali, come in Colonna Rossa, pezzo chiave da considerarsi ideale autoritratto della De Simoni, pur nell'utilizzo del monocromo o comunque di una gamma ristretta di colori, si animano per la presenza di carte operate, poste sulla tela e manipolate nella febbrile tensione della gestualità che di fatto interroga il quadro fino a perforarlo per l'intensità dell'azione. La colonna, solida in natura, viene resa però leggera mediante una rarefazione del pigmento alla base, che contribuisce a distaccarla dal piano per elevarla verso l'alto. Complici anche gli ampi segni curvati verso l'alto che incidono la superficie a metà dell'altezza della colonna stessa.
Il 2003 segna una nuova svolta nell'opera di Mirta De Simoni, in linea con le ricerche condotte fino a quel momento. Nei lavori si fa maggiormente presente la figura umana, in particolar modo quella femminile. E' come se il focus della ricerca venisse a definirsi sempre più: la ricerca esistenziale, la tensione al trascendente, la comunicazione, il tutto si respira in quell'universo femminile riconosciuto come imprescindibile per lo sviluppo dell'umanità.
Una tesi sostenuta in modo accorato tanto da portare l'artista a considerare il pennello insufficiente all'espressione e quindi a lavorare materialmente il piano del quadro persino con le mani, in una sorta di primitiva danza davanti a figure emblematiche ancora una volta di ascendenza antica: i corpi sono volutamente scevri da dettagli superflui e si sintetizzano in geometrismi che ricordano gli idoli della cultura cicladica. Facile, allora, l'assimilazione colonna portante - donna, un richiamo al concetto espresso in una rappresentazione dell' Hera di Samo, dove appunto la colonna era sostanzialmente il corpo femminile in tutta la sua potenza e al contempo nella raffinatezza ed eleganza della linea.
Prosegue così, nell'ultimo periodo, la celebrazione della donna in una serie di totem: insieme coesistono la ricerca del sé, la sacralità della vita, il valore della memoria storica, la volontà di fare. Fino alle tre figure compresenti in un unico pezzo, simbolo comunque del trascendente e quindi, di nuovo, dell'equilibrio. Del silenzio interiore che si crea una volta placato l'anelito di ricerca. Un silenzio che non è morte, ma vita, eloquente presenza dell'umano che finalmente si culla nel divino.
Proprio come nella serie degli ziggurat dipinti alle soglie del 2004, dove il deserto non è chiaramente rappresentato nella sua negativa accezione di assenza di vita, ma piuttosto di luogo dell'incontro con il divino, luogo del dialogo, anche senza parole (i grafemi spariscono) e della pace esistenziale. In sintesi punto di approdo della ricerca dopo una lunga serie di mutamenti.
Sì, Wandlungen, come ricorda il titolo della personale che vedrà protagonista la De Simoni a Brema, nell'estate 2004.

marzo 2004

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